Venezia, 11 set. (askanews) – “Il cinema è un mezzo molto forte di resistenza” ha detto in conferenza stampa il regista iraniano Ali Asgari, presentando alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia “Un po’ di luce” (A Bit of Light”), in Concorso. Il film, nelle sale dal primo ottobre, è il sesto lungometraggio del regista di “Divine Comedy” e “Kafka a Teheran”, ed è stato girato in circostanze particolarmente difficili, con l’inizio della guerra e la minaccia continua dei bombardamenti. Racconta di un medico iraniano che viene arrestato e, dopo aver visto chiudere il suo ambulatorio, perde la fiducia nel futuro. Deciso a togliersi la vita, trascorre un ultimo giorno in visita al fratello, alle sorelle e alla madre per prepararli ad affrontare la sua scelta. La compassione e l’affetto dei familiari finiranno però per farlo riconciliare col mondo.
“Sicuramente ogni gesto della nostra vita puo diventare un mezzo per la resistenza ma in questo caso in Iran assume tutto un altro significato – ha detto il regista – ognuno nel nostro Paese, ogni giorno, si confronta con difficoltà enormi che non ci sono in altre parti del mondo, ogni cosa che facciamo diventa un atto politico, anche avere internet lo è, quindi il cinema è un mezzo molto forte di resistenza per far arrivare un messaggio al pubblico”.
Il titolo, “A bit of light”, ha spiegato, pervade tutto il film: “Nella nostra quotidianità viviamo dei momenti, degli istanti, non ce la facciamo a illuminare il nostro cammino con una luce molto grande ma dobbiamo illuminarlo passo dopo passo, abbiamo bisogno di piccole cose per andare avanti e queste piccole cose vengono illuminate una alla volta”.
Asgari e il cast hanno raccontato le difficoltà che si devono affrontare ogni giorno in Iran, soprattutto chi fa cultura e cerca di comunicare dei messaggi, come loro con questo film. E lo sceneggiatore Shadmehr Rastin ha spiegato: “Ormai fa parte della nostra vita avere una disgrazia sulle spalle, siamo abituati, nell’ultimo anno, tra il massacro al popolo iraniano e l’inizio della guerra abbiamo quasi perso i sensi, siamo anestetizzati, è come se non sentissimo più niente, proviamo grande dolore, disperazione, è come se non potessimo più esprimere con i nostri sensi…. Ora in Iran basta un post su Instagram per essere chiamati in tribunale, pensate al regista Jafar Panahi, la nostra situazione non è facile in Iran ma con questo film forse siamo riusciti a condividere questo senso di impotenza e di anestesia totale che viviamo”.
Ali Asgari ha parlato dei film a cui si è ispirato per la scrittura: “Abbiamo pensato a ‘Il sapore della ciliegia’ di Abbas Kiarostami nel tema, volevamo sottolineare che oggi in Iran vita e tragedia convivono allo stesso tempo, due cose che sono in contrasto lì convivono mentre cammini per le strade, c’è la morte e c’è la vita che va avanti; l’altro film è ‘La stanza del figlio’ di Nanni Moretti, per il suo approccio in cui si vede la vita dopo la tragedia, che non è mostrata, è la vita dopo la tragedia con le sue conseguenze… Dopo però c’è un po’ di luce e la vita che va avanti, sta a noi scegliere tra il vivere e il non vivere”.



